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mercoledì, 18 novembre 2009

http://www.battiato.it


postato da: JonathanAlto alle ore 10:07 | link | commenti (1)
categorie:
martedì, 17 novembre 2009

Schiavi Moderni

Schiavi Moderni

Cosa stiamo facendo? Esportiamo le industrie in Cina e ci teniamo i call center? Ma facciamo il contrario piuttosto.
Biagi è diventato un martire, un santino della sinistra usato dalla destra, ma questo da solo non è un buon motivo per tenerci una pessima legge con il suo nome.

Schiavi Moderni

(dal blog di Beppe Grillo)

http://www.beppegrillo.it


...per leggere tutto, apri il file word all'inizio del post...

callcenter

domenica, 15 novembre 2009

Inneres Auge: l'occhio interiore...

foto10Intervista a Franco Battiato, requiem per la politica, il cantautore siciliano e i “rincoglioniti” al governo

di Marco Travaglio

 
30 ottobre 2009

Franco Battiato è molto diverso da come lo immagini. Allegro, scherzoso, spiritoso, talora persino un po’ cazzone. Forse perché, con la sua cultura sterminata e la sua pace interiore, se lo può permettere. Un uomo, però, armato di un’intransigenza assoluta, di un’insofferenza antropologica per le cose che non gli piacciono. E’ appena tornato da due concerti trionfali a Los Angeles e New York e ancora combatte il jet-lag nella sua casa di Milo (Catania). Parliamo del suo ultimo pezzo-invettiva “Inneres Auge”, già anticipato sulla rete: uno dei due singoli inediti che impreziosiscono l’album antologico in uscita il 13 novembre (“Inneres Auge - Il tutto è più della somma delle sue parti”). Una splendida invettiva che si avventa sugli scandali berlusconiani e sulla metà d’Italia che vi assiste indifferente e imbelle, con parole definitive: “Uno dice: che male c’è a organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato? Non ci siamo capiti: e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti…”.

Che significa “Inneres Auge”?

“Occhio interiore. Ma lo preferisco in tedesco. In italiano si dice “terzo occhio”, ma non mi piace, fa pensare a una specie di Polifemo. I tibetani hanno scritto cose magnifiche sull’occhio interiore, che ti consente di vedere l’aura degli uomini: qualcuno ce l’ha nera, come certi politici senza scrupoli, mossi da bassa cupidigia; altri ce l’hanno rossa, come la loro rabbia”.

Lei, quando ha scritto “Inneres Auge”, aveva l’aura rossa.

“Vede, sto bene con me stesso. Vivo in questo posto meraviglioso sulle pendici del Mongibello. Dalla veranda del mio giardino osservo il cielo, il mare, i fumi dell’Etna, le nuvole, gli uccelli, le rose, i gelsomini, due grandi palme, un pozzo antico. Un’oasi. Poi purtroppo rientro nello studio e accendo la tv per il telegiornale: ogni volta è un trauma. Ho un chip elettronico interiore che va in tilt per le ingiustizie e le menzogne. Alla vista di certi personaggi, mi vien voglia di impugnare la croce e l’aglio per esorcizzarli.C’èunmutamentoantropologico, sembrano uomini, ma non appartengono al genere umano, almeno come lo intendiamo noi: corpo, ragione e anima”.

I “lupi che scendono dagli altipiani ululando”.

“Quello è un verso di Manlio Sgalambro che applico a questi individui ben infiocchettati in giacca e cravatta che dicono cose orrende, programmi spaventosi, ragionamenti folli e hanno ormai infettato la società civile. Quando li osservo muoversicircondatidaguardiedel corpo, li trovo ripugnanti e mi vien voglia di cambiare razza, di abdicare dal genere umano. C’è una gran quantità di personaggi di questa maggioranza che sento estranei a me ed è mio diritto di cittadino dirlo: non li stimo, non li rispetto per quel che dicono e sono. Non appartengono all’umanità a cui appartengo io. E, siccome faccio il cantante, ogni tanto uso il mio strumento per dire ciò che sento”.

L’aveva fatto già nel 1991 con “Povera Patria”, anticipando Tangentopoli e le stragi. L’ha rifatto nel 2004 con “Ermeneutica”, sulla “mostruosa creatura” del fanatismo politico-religioso e della guerra al terrorismo ingaggiata dai servi di Bush, “quella scimmia di presidente”: “s'invade si abbatte si insegue si ammazza il cattivo e s’inventano democrazie”.

“Sì, lo faccio di rado perché mi rendo conto di usare il mio mezzo scorrettamente. La musica dovrebbe essere super partes e non occuparsi di materia sociale. Ma sono anch’io un peccatore e la carne è debole…”

Lei non crede nel cantautore impegnato.

“Per il tipo che dovrei essere, no. Ma non sopporto i soprusi e ogni tanto coercizzo il mio strumento. Il pretesto di “Inneres Auge”, che ha origini più antiche, è arrivato quest’estate con lo scandalo di Bari, delle prostitute a casa del premier. E con la disinformazione di giornali e tiggì che le han gabellate per faccende private. Ora, a me non frega niente di quel che fanno i politici in camera da letto. Mi interessa se quel che fanno influenza la vita pubblica, con abusi di potere, ricatti, promesse di candidature, appalti, licenze edilizie in cambio di sesso e di silenzi prezzolati. Questa è corruzione, a opera di chi dovrebbe essere immacolato per il ruolo che ricopre”.

“Non ci siamo capiti”, dice nella canzone.

“Non dev’essere molto in gamba un signore che si fa portare le donne a domicilio da un tizio che poi le paga, dice lui, a sua insaputa per dargli l’illusione di piacere tanto, di conquistarle col suo fascino irresistibile. Quanto infantilismo patologico in quest’uomo attempato! Ma non c’è solo il premier”.

Chi altri non le piace?

“Tutta la banda. I cloni, i servi, i killer alla Borgia col veleno nell’anello. Li ho sempre detestati questi tipi umani. Per esempio il bassotto che dirige un ministero e fa il Savonarola predicando e tuonando solo in casa d’altri, senza mai applicare le stesse denunce ai suoi compagni partito e di governo. Meritocrazia: ma stiamo scherzando? Badi che, quando dico bassotto, non mi riferisco alla statura fisica, ma a quella intellettuale e morale: un occhio chiuso dalla sua parte e uno aperto da quell’altra”.

“La Giustizia non è altro che una pubblica merce”, dice ancora.

“Penso al degrado della giustizia: ma i magistrati dovrebbero ribellarsi tutti insieme e appellarsi al mondo contro le condizioni in cui sono costretti a lavorare. Non possono accettare, nell’èra dell’informatica, di scrivere ancora sentenze e verbali col pennino e il calamaio, mentre la prescrizione si mangia orrendi delitti e, in definitiva, la Giustizia”.

Quando Umberto Scapagnini divenne sindaco di Catania, lei minacciò addirittura di espatriare. Come andò?


“Avevo previsto un decimo di quel che poi è accaduto. Un inferno. Catania era uno splendore: in pochi anni, come Palermo, è stata devastata da questa cosiddetta destra. Ma nessuno ne parla”.

Lei è di sinistra?

“E chi lo sa cos’è la sinistra. Basta parlaredidestraedisinistra,anche perchè a sinistra c’è un sacco di gente che ha sempre fatto il doppio gioco al servizio della destra, spudoratamente. Per evitare tranelli, uso un sistema tutto mio: osservo i singoli individui, poi traggo le mie conclusioni”.

Ha votato alle primarie del Pd?


“Sì, per Bersani. Non che sia il mio politico ideale, ma mi sembra un tipo in gamba. Forse l’ho fatto perché almeno, in queste primarie, il voto non era inquinato. Non è poco, dalle mie parti, dove alle elezioni politiche e alle amministrative i seggi sono spesso presidiati da capibastone e capimafia che ti minacciano sotto gli occhi della polizia”.

Quella cosa dell’espatrio non era esagerata?

“La ripeterei oggi. Io sono sempre pronto: se in Italia le cose dovessero peggiorare, me ne andrei. Ubi maior, minor cessat. Mica puoi fare la guerra ai mulini a vento. Per fortuna è difficile che si ripeta il fascismo, anche perché sono convinto che molti italiani la pensano come me e sarebbero pronti a impedirlo. Comunque, “pi nan sapiri leggiri nè sciviri”, comprerò una casa all'estero”.

Lei è molto antiberlusconiano.

“Sono un Travaglio un po’ più bastardo. Penso che la tecnica migliore sia l’aplomb misto all’irrisione, senza urli né insulti”.

Ma Berlusconi non è finito, al tramonto?

“Dipende da quanto dura, il tramonto. Ma non credo sia finito: la cordata è ancora robusta. Però mi sento più tranquillo di qualche mese fa: sta commettendo troppi errori”.

I partiti hanno mai provato ad arruolarla?

“Mai. A parte Pannella, tanti anni fa. Qualche mese fa mi ha chiamato un ministro di questo governo per dirmi che mi segue da sempre e concorda in pieno con una mia intervista. Forse non aveva capito o avevo sbagliato qualcosa io. Ma ora, dopo il mio ultimo singolo, magari fa marcia indietro”.

“Inneres Auge” già impazza sulla rete. Teme reazioni politiche?

“Mi aspetto la contraerea. Ma siamo pronti”.

Non teme, con una canzone così “schierata”, di perdere il pubblico berlusconiano?

“Mi farebbe un gran piacere. Se invece uno che non mi piace viene a dirmi di essere un mio fan, sinceramente mi dispiace”.

Ai tempi del “La voce del padrone”, a chi la interpellava sul significato dei suoi testi ermetici, lei rispondeva “sono solo canzonette”. Lo sono ancora?

“Quello era un gioco, ma non sono mai stato d’accordo con questa massima di Edoardo Bennato. “La voce del padrone” era un’operazione programmata come un divertimento frivolo e commerciale, e riuscì abbastanza bene, mi pare. Ma in realtà avevo inserito segnali esoterici che sono stati ben percepiti e seguiti da molti ascoltatori. Ogni tanto mi dicono che qualcuno, ascoltando i miei pezzi, ha letto Gurdjieff e altri grandi mistici. E questo mi rende un po’ felice”.

“Inneres Auge”: serve a qualcosa, una canzone?

“Lei parla di corda in casa dell’impiccato: ho sempre avuto dubbi su questo nella mia vita. Ma, dopo tanti anni, posso affermare che un brano molto riuscito può scatenare influenze esponenziali. Una canzone può migliorarti e farti cambiare idea e direzione. Un giorno domandarono a un grande pianista dell’Europa dell’Est, ora a riposo: lei pensa di emozionare il suo pubblico? E lui: “Quando sono riuscito a emozionare anche un solo spettatore nella sala gremita di un mio concerto, ho raggiunto il mio scopo”.

da Il Fatto Quotidiano n°33 del 30 ottobre 2009

sabato, 31 ottobre 2009

La casa del grande fratello

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 LA CASA DEL GRANDE FRATELLO

 

“Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,

dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?".

Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid’io cascar li tre ad uno ad uno

tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.”

 

(Dante Alighieri, La Divina Commedia

 Inferno, Canto XXXIII, 67-74)

 

 

Quando riaprì gli occhi, l’unico ricordo ancora persistente nella sua mente confusa e spaventata era quello di un fazzoletto bianco piegato e dallo strano odore mentre si avvicinava minacciosamente tra naso e bocca. Non aveva avuto nemmeno il tempo di capire a quale specie di essere umano appartenesse la grossa e vigorosa mano che lo sosteneva nel palmo.

Fu un attimo e la sequenza successiva consistette in un classico tunnel nero da anestesia con eco annessa. Poi seguì il nulla audiovisivo.

Il risveglio in quella stanza buia non fu più incoraggiante dell’oblio: si ritrovò distesa supina su un vecchio materasso maleodorante poggiato in terra; la bocca impastata di dolce saliva al cloroformio e polvere, e un bruciore sottile ma fastidioso proveniente dagli arti inferiori. Il posto non era completamente buio, come le era sembrato durante i primi secondi dall’apertura delle palpebre, quando aveva ancora la testa girata verso la parete non illuminata della stanza: un fascio di luce elettrica puntata nella sua direzione e proveniente da uno degli angoli della stanza, le permise di confermare la completa assenza di finestre o balconi.

“In quale buco infernale sono capitata? E’ notte o è giorno? Per quanto tempo ho dormito?” – si domandò la ragazza cercando di compiere su se stessa una prima opera di razionalizzazione allo scopo di trovare un motivo rincuorante, capace di darle l’energia necessaria a sollevare il corpo dal materasso mentre ancora indugiava con gli occhi tra il soffitto e la luce.

Lo fece e nonostante il giramento di testa che accompagnò l’azione, pur non avendo altri elementi a disposizione, ebbe la sensazione quasi immediata di non trovarsi in un luogo amichevole.

Il materasso su cui giaceva, lercio e gettato a caso in un punto qualsiasi di quella stanza spoglia e tetra, eliminò prontamente gli ultimi dubbi.

Si alzò in piedi. Aveva ancora i vestiti addosso: la camicetta non più bianca e pulita, comperata il giorno precedente in vista del provino che aveva sostenuto qualche ora prima del rapimento… (“Rapimento? Perché penso già a un rapimento?” – cercava coraggiosamente, nel suo cuore accelerato dalla paura, di sostenere l’ipotesi illusoria di un malore o chissà che…); la minigonna di pelle nera che usava nei momenti in cui aveva maggior bisogno di sentirsi femmina; i collant neri freschi di cellofan “…e già rotti!” – pronunciò a se stessa, dopo la valanga di pensieri iniziali, le prime parole con un filo di voce. Solo due cose potevano smuovere, anche durante i momenti più drammatici, il mutismo imbronciato tipicamente femminile di quella ragazza carina e in cerca di successo: un paio di calze prematuramente sfilate e le scarpe da abbinare ad un vestito appena acquistato…

Le calze sfilate e lacerate all’altezza delle ginocchia lievemente abrase, e il dolore avvertito durante il risveglio proveniente dagli arti inferiori, diedero alla ragazza la terribile certezza di essere stata trascinata dal suo rapitore, forse passando per una zona impervia del tragitto, andando dal luogo del rapimento al posto in cui si trovava, o di essere caduta sulle proprie ginocchia subito dopo “l’abbraccio soporifero” del maniaco.

Non aveva più le scarpe. Però… Ed era sparita anche la borsa larga griffata in cui riponeva solitamente il book con le sue foto in costume da bagno: compagno fedele di decine di provini, durante le pazienti esplorazioni tra gli uffici di casting in cerca della tanto agognata svolta nel mondo dello spettacolo… Per il resto, stava bene.

“Almeno non mi ha violentata!” – pensò, sentendosi ingenua per quel suo flebile tentativo di evidenziare a tutti i costi un aspetto positivo in quella situazione da incubo.

“O, meglio, ancora non mi ha violentata…!” – aggiunse rapidamente cercando di recuperare un doloroso ma necessario realismo che l’avrebbe messa in guardia, d’ora in poi, nei confronti di qualsiasi rumore sospetto, ambasciatore di cose terribili non ancora verificatesi.

Non rimase a lungo accanto al materasso.

L’angolo in alto, compreso tra due pareti e ciò che sembrava essere un soffitto, da cui proveniva il fascio di luce elettrica, attirava la sua curiosità così come un lampione cattura l’attenzione della falena nell’oscurità della notte. La ragazza avvicinandosi lentamente alla luce si accorse che, al di sotto del faretto che l’emetteva, vi era una telecamera collegata al muro, tramite un breve braccio metallico: una telecamera come quelle usate nelle banche per controllare i clienti o come quelle che, nelle strade delle città, al di fuori di edifici e uffici importanti, sorvegliano il traffico umano e veicolare esterno. Accanto all’ “occhio”, all’obiettivo, una piccola luce rossa accesa ne denunciava l’attività in tempo reale. Qualcuno, dunque, la stava osservando?

“Aiuto, c’è nessuno? Per carità, rispondete…!” – si lasciò sfuggire, inghiottendo l’impulso di piangere, quella richiesta liberatoria di soccorso, guardando l’obiettivo della telecamera come il devoto in chiesa osserva attentamente gli occhi del santo preferito in attesa di segni. 

Niente da fare: solo un quasi impercettibile spostamento della telecamera per meglio centrare il volto della ragazza rigato dalle lacrime che non aveva saputo più trattenere. E il morbido movimento della meccanica interna all’obiettivo quale prova di una zoomata in atto: non era la semplice registrazione di un sistema televisivo a circuito chiuso. Esisteva una mente esigente dietro quella continua ricerca dell’immagine perfetta: spostare, zoomare, centrare, cercare, inquadrare, inseguire… Un occhio insaziabile e silenzioso colmava, paradossalmente e tragicamente, il bisogno tanto ricercato di notorietà da parte della ragazza.

“In futuro ognuno avrà i suoi quindici minuti di celebrità!” – ricordò improvvisamente quella frase detta da un suo amico studioso di arte e di comunicazione, tempo addietro, durante una di quelle cene mondane con sedicenti produttori e amici di registi, dove ci si incontra con altre decine di persone fintamente rilassate ma interiormente agguerrite perché insoddisfatte, ognuna alla ricerca di qualcosa, ognuna con il proprio bagaglio di saggezza o di stupidità, di bellezza o di comicità da mettere in mostra con la speranza di essere notati da qualche talent scout di passaggio. Una citazione, più che una frase, che l’amico intellettuale, ormai già alla sesta coppa di champagne, aveva preso in prestito dal paniere di aforismi di un notissimo artista americano – di cui lei non ricordava mai il nome, forse perché troppo complicato da pronunciare o forse perché non gliene importava granché di saperlo – quello, insomma, tanto appassionato di bottiglie, scatole di cibo e di altre diavolerie che spacciava per arte e che si divertì a dipingere il ritratto multicolore della defunta Marilyn Monroe…!

Ma perché questi ricordi? Cosa le veniva in mente durante un momento così brutto? Stava impazzendo? O era un tentativo di spiegazione progettato dal suo inconscio? Doveva reagire: la realtà incombeva…

Spinta da un impeto risolutivo, più che altro dettato dalla disperazione, si avvicinò all’unico e ovvio punto d’uscita offerto da una veloce esplorazione visiva della stanza: la porta.

“Sarà sicuramente sbarrata!” – pensò troppo realisticamente, dal momento che aveva già cominciato ad accettare il suo nuovo ruolo di prigioniera.

Appoggiando la mano sulla maniglia e piegandola lentamente ma con forza, invece, constatò la cosa più improbabile che le potesse passare nella mente durante quei minuti di terrore: la porta si apriva e non era affatto chiusa a chiave!

Colta da una zaffata di improvviso ottimismo, rimase ulteriormente sorpresa dall’immensa luce che la travolse, quasi accecandola, proveniente da quello che sembrava a tutti gli effetti un corridoio. Lucido, illuminato a giorno da potenti neon e perfettamente pulito, il corridoio sembrava non avere nulla a che fare con la cupa stamberga in cui s’era risvegliata.

Il presunto maniaco si era inspiegabilmente distratto lasciando la porta aperta oppure quel corridoio apparteneva a uno sconosciuto e moderno studio televisivo e lei era soltanto la vittima (traumatizzata!) di una delle più feroci candid camera della storia della televisione? L’avvocato di famiglia e lei stessa, calcolò la ragazza, sarebbero diventati milionari, querelando per danni morali e fisici il produttore di quel pessimo scherzo mediatico. E mentre già pregustava l’ondata di soldi e di pubblicità conseguenti alla sadica bravata da mandare in onda il sabato sera, si avvicinò sull’uscio di quello che sembrava essere un altro ambiente abitabile della “casa” o di ciò che era. La porta di questa nuova stanza, però, era di metallo ed evidentemente dotata di un’apertura automatica, dal momento che non vedeva alcuna maniglia su cui mettere le mani. Infatti, all’avvicinarsi della ragazza, la porta scorrevole si aprì velocemente dinanzi a lei emettendo un sinistro sibilo meccanico. La stanza non era buia come l’altra da cui proveniva, ma l’odore nauseabondo che l’avvolse e la scena che le si presentò, la fecero ripiombare nel terrore più cupo, dopo il barlume di speranza prematuramente coltivato. Stava quasi per ritornare sui propri passi, quando la porta si chiuse inesorabilmente alle sue spalle con un tonfo metallico. L’anima della ragazza ormai in preda a conati psicosomatici di paura distillata, avrebbe voluto cacciar fuori tutto lo sdegno accumulato grazie ad un liberatorio grido di raggelante disperazione. Ma anche quell’unica arma le si bloccò inspiegabilmente in gola, mentre il petto le si sollevava con tanta forza, come a voler abbandonare il corpo. Nessun rumore seguì: solo il proprio battito cardiaco nel silenzio, amplificato con violenza nelle orecchie, le forniva il ritmo giusto per avanzare in quell’incubo adrenalinico.

Nell’ampia stanza, tra paradossali mobili seminuovi e disposti in modo disordinato, giaceva un gruppo indefinito di corpi umani, forse un paio di decine, irrimediabilmente senza vita, vestiti o seminudi, congelati in posizioni surreali e raccapriccianti dettate da un oscuro e malvagio regista invisibile, assetato di sangue reale.

Vittime cronologicamente differenti di una serie, difficile da ricostruire, di morti “naturali”, di omicidi e suicidi o, forse, di morti “richieste” quale ultima preghiera e rivolte all’indirizzo di chi aveva ancora la forza di infliggere un colpo sicuro e letale… Sanguinosi corto circuiti di gruppo, come foglie cadute da un albero in autunno: un giardiniere innominato verificava, con scientifica curiosità, le degenerazioni comportamentali, le ingenue speranze di chi credeva nella salvezza, gli scatti di ira liberatoria e devastante, le pietose scene di pentimento accanto ai feretri, i momenti in cui rivolgevano le improvvisate armi contro se stessi. Tutto documentato e registrato con la dovizia di particolari tipica di chi è presente ovunque.

La diversa decomposizione di ognuno di quei corpi era la prova evidente che non solo le morti erano avvenute in tempi differenti e non simultaneamente, ma che lo stesso arrivo dei vari “invitati” era stato centellinato in base a un premeditato e macabro progetto da un freddo sperimentatore senza ormai alcuna traccia di umana compassione.

Superato l’orribile impatto visivo generale, la ragazza semiparalizzata dal terrore, cominciò la non meno difficile esplorazione della stanza alla ricerca di un ospite ancora vivo a cui poter rivolgere la propria disperata richiesta di spiegazioni e di aiuto.

Anche questa stanza, come forse tutte le altre di quell’indefinito, maledetto e sconvolgente luogo di morte, era priva di finestre: solo vivaci e isteriche telecamere poste nei punti più alti e irraggiungibili. Eterni e instancabili occhi di feroci cani di una assurda guerra psicologica in perpetuo movimento angolare allo scopo di cogliere l’attimo fuggente della disperazione e della ferocia umane. Silenziose e onnipresenti testoline di polifemici scrutatori elettronici! E questo era il loro indisturbato terreno di caccia!

In realtà poteva benissimo trattarsi di una dimensione, più che di un luogo: la mancanza di uscite, di finestre, di qualsiasi passaggio praticabile con l’ambiente esterno, lo facevano assomigliare a un laboratorio isolato, sospeso nello spazio e nel tempo, per la sperimentazione degli orrori indotti. Per quel che la riguardava il posto poteva essere situato sottoterra o sulla luna; o in una fossa marina nelle profondità oceaniche… Non cambiava molto!

Specchi, specchi, specchi… Disseminati un po’ dappertutto e tutti collocati ad una stessa altezza media: quella del volto di una persona in posizione eretta mentre si specchia, riflettendo la morte imminente. Alcuni specchi erano ancora lindi, altri macchiati di sangue rappreso non più rosso, ma nerastro come la notte senza luna di un viandante perso in terra straniera. Impronte di mani insanguinate, rivoli di sangue e grumi misti a capelli in rilievo su alcuni di essi, testimoniavano i disperati e autolesionistici tentativi, da parte degli involontari abitanti, di stabilire un contatto, attraverso quei freddi e muti osservatori infrangibili, testimoni piatti della dannazione, con l’imperturbabile regia di quell’incubo tanto reale quanto assurdo. Un contatto per poter confessare in modo filiale e sinistro le proprie indicibili colpe in nome della beltà, le vezzeggiate vanità ostentate, le scaltre competizioni offerte sull’altare del successo, la facilità del vivere, la ricchezza che deriva dal corpo, i libri spavaldamente snobbati, la macchinosa furbizia insita nei giochi dell’immagine, la goliardica sicurezza nei confronti del mondo brutto, i calendari… Come in un’orrida sindrome di Stoccolma che precede l’oblio della morte!

E sì, perché questo era ciò che esigeva l’altra faccia dello specchio: la distruzione della personalità mediatica, prima ancora del corpo. Un pentimento registrato su cassetta e imposto con il terrore derivante da un insopportabile silenzio, interrotto solo da agghiaccianti grida di dolore!

Un contatto, però, a senso unico e sempre senza risposta, prima di rivolgere la propria violenta disperazione verso se stessi o verso i compagni di quel viaggio allucinante.  La ragazza non ebbe il coraggio di concentrarsi su tutte le scene plasticamente macabre che le si prospettavano dinanzi, mentre tremante calpestava laghi prosciugati di vomito e sangue lasciati lì da chi non aveva avuto più speranza se non nella indegna platealità di una naturale disperazione offerta al carceriere.

Il corpo emaciato di un ragazzo dalla barba incolta giaceva esanime su un divano di pelle gialla ornato da due ampie macchie di sangue solido e nero: su entrambe le braccia e all’altezza dei polsi, una serie inferocita di piccoli ma risoluti tagli ne aveva causato finalmente la morte per dissanguamento, dopo giorni, forse settimane, di digiuno forzato, a giudicare dal grado di deperimento di quella carcassa senza più vestiti e dignità.

Non molto lontano dal divano l’involucro scheletrico di quella che un tempo poteva essere identificata come donna, dalla capigliatura bionda ancora intatta ma imbrattata di sangue forse a causa di un colpo violento diretto alla testa, riproponeva in un fotogramma eterno, nonostante l’avanzato stato di decomposizione, l’ultima posizione della poveretta prima di spirare.

Sul tavolo posto al centro della stanza, invece, il corpo quasi “fresco” e in posizione prona di un’altra ragazza: sapeva di morte recente. Le si potevano leggere ancora le tipiche e sensuali fattezze della vita non assediate dalla crudele putrefazione, seppur già adombrate dalla violacea determinazione della morte. Era stata una bella ragazza e pareva quasi addormentata: scendendo, però, con lo sguardo lungo il corpo, nessun occhio avrebbe potuto evitare il cruento impatto con l’ampia zona mancante e insanguinata situata sul gluteo destro. La carne, in quel punto, era stata disordinatamente asportata durante l’ultimo e selvaggio tentativo di sopravvivenza da parte di uno degli ospiti ormai morti o ancora moribondi proprio grazie a quel boccone crudo e orrendo. La fame ugolinica aveva superato la contemplazione artistica nei confronti della bellezza anatomica di quella ragazza da copertina per trasformarsi nell’innaturale scatto felino di un disperato attore.

Aveva visto abbastanza. Ma prima di accasciarsi sul pavimento in preda a un incontenibile tremore isterico riuscì a lanciare un ultimo sguardo lungo quella grande stanza adibita a macelleria da proscenio. Altri corpi giacevano immobili come su un campo di battaglia abbandonato, in differenti condizioni e diversamente mutilati l’uno dall’altro a seconda di ciò che dettava il riscoperto estro brutale dei singoli carnefici. Su una delle pareti più vicine a lei, quasi un sarcastico segno lasciato in eredità agli sfortunati “invitati” da sadici coreografi, notò l’immagine incorniciata (l’unica della “casa”!) di un uomo sorridente con piccoli baffi neri e dalla corporatura mingherlina. Sotto l’immagine di quell’uomo, per lei sconosciuto, un’intestazione a caratteri grandi dichiarava: “Sir George Orwell (1903-1950)”.

La posizione fetale assunta dalla ragazza ammutolita e distesa sul freddo pavimento della stanza non le avrebbe permesso di esaminare ulteriormente la macabra scena, ma grazie a quella sua nuova visuale – con la guancia poggiata in terra in attesa di percepire l’arrivo di chissà chi – poté scorgere un altro corpo non molto lontano da lei e di cui non si era accorta prima, nascosto dietro il divano sul quale giaceva il ragazzo con i polsi tagliati. Cercò e trovò la forza morale per rialzarsi – aveva a suo vantaggio un’energia fisica non ancora intaccata dai lunghi giorni di digiuno – e avvicinandosi al nuovo corpo avvistato si accorse con profonda gioia mista a stupore che si trattava di un essere vivo. Era una giovane donna, profondamente debilitata e con uno sguardo perso nel vuoto, ma era… viva! Il flebile movimento della cassa toracica durante i rallentati atti respiratori e l’impercettibile tremolio delle labbra disidratate come se stesse pregando a bassa voce, erano i provvidenziali e miracolosi segnali di una vita ancora presente. La fiamma dell’esistenza stava per abbandonare quella donna, forse perché già sazia d’angoscia o non abbastanza disperata per staccare brandelli di carne da uno dei cadaveri. Stava morendo e la ragazza avrebbe fatto di tutto per tenerla in vita un altro minuto ancora: le avrebbe offerto la propria saliva o addirittura le proprie urine pur di dissetarla; avrebbe staccato lei stessa un frammento di carne dai morti, pur di provocare una nuova scintilla in quell’unica speranza sconosciuta.

“…cullami…!” – supplicò la donna con la tipica dolcezza che precede la morte liberatrice.

La ragazza stupita da quell’inattesa e insperata vitalità residua pose la testa della donna sulle proprie gambe e accarezzando i suoi capelli disadorni cominciò a cantare lievemente una dimenticata nenia che la madre le cantava durante le ormai lontane fanciullesche notti insonni.

Una goccia di tenerezza tutta per sé in quel mare di documentata pazzia!

Un dolce canto velato d’angoscia si levò dal piccolo rifugio ricavato dietro il divano e lontano dalle ottimali angolazioni di ripresa delle telecamere. Un ultimo momento privato e non condivisibile che avrebbe mandato in crisi i voraci occhi elettronici perennemente in cerca di eclatanti gesti di cannibalismo mediatico.

Camera 12… Camera 33… Camera 41…!

Introvabili fuggitive dal doloroso set…!

Per un attimo sembrava che il perimetro specchiato della casa dovesse infrangersi a causa della mostruosa rabbia dell’oscuro regista.

Il canto della nuova carne non bastava, c’era bisogno dell’immagine.

 

Il calderone audiovisivo delle emozioni, il “Circo degli Orrori”, era stato privato dell’ultimo ingrediente: un’inestimabile vittoria che non avrebbe evitato, certo, la morte lenta delle sopravvissute, ma che avrebbe interrotto, almeno fino al momento del loro ultimo respiro, la costante caccia di un macabro clamore da immortalare.



domenica, 25 ottobre 2009

Telepecoroni d'Italia: digitalizzatevi!!!

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Telepecoroni d'Italia: digitalizzatevi!!!

 

NUOVE FORME DI SCHIAVITU’: IL DIGITALE TERRESTRE

 

I potenti decidono e il popolo deve seguire le nuove disposizioni; i governi pianificano e le masse belanti devono abbozzare per conservare gli oggetti e i gesti di uno status symbol che nasconde il vuoto mentale.

Anticamente la schiavitù era una condizione imposta con la violenza: era quasi un “diritto” esercitato da un numero ristretto di persone autoproclamatesi “superiori” nei confronti di altri esseri umani. Oggi uno schiavismo strisciante e psicologicamente sofisticato ci mostra la strada da percorrere per conquistare una libertà fittizia: il presunto diritto di vedere la televisione (si potrebbe sopravvivere anche senza!) diventa l’alibi utilizzato da quegli industriali che si nascondono dietro le sottane dei governanti, per indurre tutti noi ad acquistare l’ennesimo gadget legalmente autorizzato e apparentemente necessario: il ricevitore per il digitale terrestre.

Si tratta di furti legalizzati su larga scala ed eseguiti con la complicità della vittima: ricorderete senz’altro, giusto per fare un esempio, il giubbino catarifrangente omologato per l’automobilista, ecc. ecc. ecc. Vorrei tanto sapere chi cazzo lo usa veramente quel giubbino!!! Ma guai a non avercelo se ti becca la Stradale

I governi italiani farebbero di tutto pur di scodinzolare adeguatamente dinanzi ai partner europei e per dimostrare che siamo al passo con tutte le cazzate pseudomoderniste decise dal parlamento europeo…

Non solo ci tocca pagare il CANONE RAI per continuare ad avere il diritto di possedere una tv che riceve solo autentiche merdate dalla mattina alla sera (per beccare un programma cum grano salis bisogna andarselo a cercare con il lanternino facendo slalom tra i vari programmi trash o fare le ore piccole perché certi programmi culturali hanno sostituito le trasmissioni pornografiche di un tempo e potrebbero creare scandalo se mandate in onda in prima serata; è meglio trasmettere certe cose troppo intelligenti in tarda serata, lontano dallo sguardo dei bambini che intanto possono vedere liberamente il “Grande Fratello” e “L’isola dei famosi”!), ora dobbiamo pure accollarci la spesa per continuare ad avere questo “necessario” ed indispensabile diritto, acquistando belanti e zelanti il ricevitore per il digitale…

La nuova schiavitù economico-politica non consiste nell’imporre l’acquisto, ma nel farci credere che i vari “passaggi” (oggi al digitale terrestre, domani chissà a cos’altro!) siano indispensabili per la vita di ognuno di noi. La funzione dei “figli della Terza Rivoluzione Industriale” - fratelli del Grande Fratello -  è questa: acquistare e consumare nella convinzione di essere protagonisti di grandi eventi storici decisi dalla volontà popolare. Dobbiamo convincerci che “noi” volevamo il digitale terrestre e tutte le altre “cose necessarie” del passato e che il governo (strumento della volontà popolare) non ha fatto nient’altro che “accontentarci” trasformando la decisione della massa in Legge Globalizzante! Ci alziamo la mattina convinti di essere protagonisti della nostra storia, ma in realtà non facciamo nient’altro che RINCORRERE affannosamente gli adeguamenti decisi da altri. Spendiamo gran parte della nostra esistenza nel tentativo di non sentirci “out”, cercando di tenere il passo con una pseudostoria studiata a tavolino dai potenti.

Bisognerebbe avere il coraggio di rinunciare a molte cose.

C’hanno fatto credere che Libertà significa “possedere e omologarsi”; bisognerebbe, invece, riscoprire la libertà di rinunciare. Il diritto alla LONTANANZA.

Bisognerebbe avere il coraggio di non pagare più il canone Rai e lasciarsi tranquillamente “imbustare” la tv dagli esattori.

Bisognerebbe avere il coraggio di rinunciare all’auto puntando sul trasporto pubblico.

Bisognerebbe avere il coraggio di staccare il filo del telefono e ritornare a scrivere lettere.

Bisognerebbe avere il coraggio di… tagliare le radici del potere rinunciando alla nostra pacata e rassegnata CONNIVENZA! (j.a.)


giovedì, 15 ottobre 2009

Addio Cinema Garofalo (?)


 LA CULTURA LENTAMENTE MUORE…

 Spesso su questo blog ci siamo lamentati della situazione culturale media nazionale che ha causato, durante questi ultimi 15 anni, il prevalere di quei fenomeni socio-politici che purtroppo sono sotto gli occhi di tutti: berlusconismo, velinismo ed escortismo in fase elettorale, sdoganamento di un certo linguaggio politico-commerciale ad usum delphini grazie al quale la soluzione del problema della spazzatura a Napoli ha lo stesso effetto di un pendolo ipnotico sulle masse in corsa alle urne… La critica è in coma farmacologico!!!

L’ultimo baluardo che avrebbe dovuto difendere la criticità del cittadino dagli attacchi di un appiattimento mentale globalizzato - la CULTURA in senso lato – perde inesorabilmente colpi sia a livello nazionale (basti vedere l’attuale palinsesto televisivo) che a livello locale. La chiusura di un cinema (l’unico!) in una cittadina come Battipaglia rappresenta il “microsintomo” di una condizione strisciante ben più ampia. La mente (oserei dire l’anima) non più nutrita da quegli “alimenti culturali” di cui necessità, diventa molto più facilmente preda della disinformazione umana e socio-politica: un po’ come un organismo denutrito destinato ad ammalarsi con più facilità quando arriva il virus… Diciamocelo francamente: BATTIPAGLIA NON HA NIENTE! Battipaglia non è niente! E’ solo un agglomerato urbano che soffoca la propria identità storica e sociale sostituendola con piccole manifestazioni pseudoculturali e provincialistiche prive di valore o con stupidi happening incapaci di scalfire la mentalità e buoni solo per trascorrere qualche ora in maniera diversa dopo una giornata di lavoro. Ciò che caratterizza realmente una comunità non è l’isola pedonale della domenica su cui poter pascolare liberamente fingendo almeno per un giorno di aver sconfitto il traffico cittadino: i luoghi deputati alla circolazione e alla creazione delle idee vengono pian piano destituiti e rimpiazzati dai cosiddetti NON LUOGHI, rubando questa espressione all’antropologo francese Marc Augè, teorico dei non luoghi. Con la chiusura del Cinema Garofalo, Battipaglia è destinata a trasformarsi sempre di più in un “non luogo”: uno spazio di passaggio senza carattere e senza idee (fossero pure le idee espresse in un film proiettato al cinema!), un laboratorio cattoproduttivistico a cielo aperto dove si può solo mangiare, dormire, andare a messa, passeggiare, spendere, morire… L’idea è bandita! La creatività cinematografica e teatrale passa in secondo piano: la crisi economica colpisce il “futile” che futile non è… Meglio chiudere un cinema che un supermercato. Qualche idiota al governo dice che la crisi è ormai alle spalle: in realtà la vera crisi, la “crisi del senso delle cose”, è appena cominciata. (j.a.)


Segue articolo di Italo Galante - "La Nuova Graticola", Settembre 2009 pag.8

Addio Cinema Garofalo (?)

 


giovedì, 08 ottobre 2009

"GODO"Alfano

Per tutti i suoi lacchè, da Ghedini a "Angelino", da fede a Vespa, da Feltri a Bondi...
 questa settimana è stata meravigliosa!
si sta avvicinando il GRANDE giorno in cui qualcuno urlerà:"IL RE è NUDO"

mercoledì, 07 ottobre 2009

Una notizia meravigliosa: dichiarato illegittimo il Lodo Alfano...!!!

fonte http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE5960W320091007?sp=true

Berlusconi accusa Consulta e Napolitano di essere di parte

mercoledì 7 ottobre 2009 21:33
 
 
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di Valentina Rusconi

ROMA (Reuters) - Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha detto che la Corte Costituzionale è un organo politicizzato di sinistra e che per questo motivo ha dichiarato illegittimo il Lodo Alfano che gli garantiva l'immunità penale. Commentando a caldo la sentenza della Consulta con i giornalisti Berlusconi ha anche accusato di essere di parte il capo dello Stato.

 

"(La Corte) E' un organo politico...è di sinistra. Con una Corte Costituzionale, con 11 giudici di sinistra era impossibile che approvassero questo", ha detto Berlusconi subito dopo la decisione della Consulta di dichiarare incostituzionale il Lodo Alfano.

 

In una dichiarazione diffusa da Palazzo Chigi, il premier dice che la sentenza sarà comunque rispettata: "Non posso non rispettare il responso della Corte Costituzionale nel quadro di un sistema democratico. Prendo atto tuttavia che questo sistema, soprattutto per le modalità con cui vengono eletti i membri della Corte, rischia di alterare nel tempo un corretto equilibrio fra i poteri dello Stato, i quali traggono tutti origine dalla sovranità del popolo".

 

Secondo Berlusconi il pronunciamento dei 15 giudici costituzionali non intacca "in alcun modo la solidità del governo", nè la sua "volontà di proseguire con determinazione nel mandato ricevuto dal popolo".

 

Il premier ricorda l'alto consenso registrato nelle europee e dice che la sua determinazione "riceve ogni giorno il sostegno compatto e solidale della volontà politica della maggioranza che sostiene l'attuale governo".

 

Meno posato il quadro fatto da Berlusconi ai giornalisti per descrivere la situazione in cui, a suo dire, è maturata la sentenza odierna.

 

Fuori da palazzo Grazioli ha usato i toni dello scontro istituzionale contro magistratura, stampa e anche contro il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: "Abbiamo una minoranza di magistrati rossi organizzatissima che usano la giustizia a fini di lotta politica; abbiamo il 72% della stampa che è di sinistra abbiamo gli spettacoli di approfondimento della televisione pubblica, pagati con i soldi di tutti, che sono di sinistra ci prendono in giro anche con gli spettacoli comici. Il capo dello Stato sapete voi da che parte sta, abbiamo 11 giudici della Corte costituzionale (su un totale di 15) eletti da tre capi di Stato di sinistra che fanno della Corte costituzionale non un organo di garanzia, ma un organo politico".

 

Napolitano ha reagito immediatamente alle parole del premier, ribadendo la sua imparzialità.

 

"Tutti sanno da che parte sta il Presidente della Repubblica. Sta dalla parte della Costituzione, esercitando le sue funzioni con assoluta imparzialità e in uno spirito di leale collaborazione istituzionale", ha detto con una nota il Quirinale.

 

A stretto giro la risposta di Berlusconi: "Non m'interessa quello che dice il capo dello Stato, non mi interessa, mi sento preso in giro".

 

- ha contribuito Silvia Molteni.

 
 

sabato, 03 ottobre 2009

LibertĂ  di stampa

«Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti».

(Antonio Gramsci)liberta_informazione

martedì, 22 settembre 2009

In Afghanistan siamo in “missione di pace”?


Andrea Nativi
(analista militare, direttore della Rivista Italiana Difesa):
“È sempre stata una guerra, basta leggersi il mandato dell’ISAF. Solamente in Italia si continua con questa finzione politica iniziata con i precedenti governi e proseguita con questo, secondo la quale noi siamo a svolgere una missione di pace. Il gen. Bertolini, il nostro numero 1 in Afghanistan ha detto correttamente che si tratta di una missione di “Peace Enforcing” e cioé “imposizione della pace”, che è uno dei modi carini per chiamare la guerra”.



Generale Arpino: “Siamo in GUERRA. Smettiamola con la retorica”.

Gino Strada (Emergency): “In Afghanistan è vera guerra. Dobbiamo ritirarci subito.”



Lucio Caracciolo (esperto di geopolitica, direttore della rivista geopolitica Limes): “Sì, guerra: la parola che i nostri dirigenti politici e militari hanno sempre scansato. Mancando così al dovere di verità che la democrazia pretende da chi ne esercita le magistrature.”


Ecco delle foto di Bambini Afghani.
Se ne sconsiglia la visione a chi crede che in quel paese nn ci sia GUERRA


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Le televisioni (che formano le coscienze di decine di milioni di persone) non fanno che imbonire la gente dando grande risalto ai commenti dei poveri familiari delle vittime (ovviamente straziati dal dolore), a preti, vescovi, politici (colpevoli di essere entrati in guerra al fianco di Bush) che maledicono i “subdoli attentatori”; e poi si parla di “eroi”, “martiri”, “grandi italiani”, utilizzando la parola pace invece della parola guerra, ragazzi invece che soldati, terroristi invece che insorgenti e così via.
E’ una grande commedia napoletana in cui il popolino non deve capire un cazzo. Deve solo commuoversi, strapparsi le vesti, confortarsi nella religione cattolica e stringersi intorno all’esercito, al governo e al capo carismatico.

Amen.

domenica, 20 settembre 2009

Retorica di Stato!

Retorica di Stato!Retorica di Stato!
 
 
...alcune definizioni più o meno simili riguardanti la parola "retorica":

retorica
   
 
  "s. f. 1 Arte e tecnica del parlare e dello scrivere con efficacia persuasiva, secondo vari sistemi di regole espressive. 2 (est., spreg.) Modo di scrivere o di parlare pieno di ornamenti o di ampollosità; SIN. Ridondanza. 3 (est.) Insistenza formale e superficiale in gesti, forme di vita, atteggiamenti: la retorica dei buoni sentimenti. ETIMOLOGIA: dal lat. rhetorica (ars), a sua volta dal greco retoriké (téchne) ‘arte del parlare’, da éirein ‘dire’."

Retorica
"Arte del parlare e dello scrivere in modo ornato e persuasivo. Essa mira a ottenere il consenso da parte dei destinatari e ha dunque un aspetto pragmatico centrato sui discorsi verosimili, fuori dal territorio delle certezze filosofiche o scientifiche. A questo fine, la retorica (greco rhetoriké téchne, “arte del dire”) definisce le regole che devono governare la composizione del discorso sulla base di convenzioni che risalgono in buona parte alla cultura greca."

(da Wikipedia) "... Lo scopo della retorica è l’ottenimento della persuasione, intesa come approvazione della tesi dell’oratore da parte di uno specifico uditorio. Da un lato, la persuasione consiste in un fenomeno emotivo di assenso psicologico; per altro verso ha una base epistemologica: lo studio dei fondamenti della persuasione è studio degli elementi che connettendo diverse proposizioni tra loro portano ad una conclusione condivisa, quindi dei modi di disvelamento della verità nello specifico campo del discorso... l'arte di persuadere era da intendersi soprattutto come una forma di suggestione, totalmente avulsa da ogni esigenza di giungere a una conoscenza o un convincimento basati su argomenti razionali e sulla produzione di prove e argomenti a favore. La persuasività doveva essere un'abilità che riusciva a muovere il convincimento di chiunque, in qualsiasi direzione..."

postato da: JonathanAlto alle ore 21:34 | link | commenti (2)
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martedì, 15 settembre 2009

Boicottiamo porta a porta

Stasera accadrà qualcosa che nn si sarebbe visto nemmeno nel peggiore dei regimi, tutte le trasmissioni di approfondimento giornalistico sospese per permettere una bieca propaganda di regime: la consegna dei moduli abitativi (n.d.r.Fabbricati cn i soldi della provincia autonoma di Trento e l'aiuto della Croce Rossa)
l'unico strumento che abbiamo per far sentire la nostra voce è quello di cambiare canale...

 

qualunque sia il nostro pensiero politico, credo fermamente che bisogna "combattere" per la libertà...
questa NON è democrazia!!!


lunedì, 14 settembre 2009

A chi fa DAVVERO bene un vaccino?


Avvertimento mafioso

Bisognerebbe ricordare a Feltri le regole elementari con cui si costruisce un racconto:

Dopo un centinaio di righe, quindi tante, di analisi sul “suicidio lento” di Fini, scrive oggi Vittorio Feltri sul Giornale:

“Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera  . E’ sufficiente - per dire - ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme.“

Dev’esserci un errore nel titolo.

 E’ un “omicidio” annunciato, non un suicidio!!


Baciamo le mani

Silenzio, parla Vespa. E slitta Ballarò

Doveva andare in onda martedì prossimo. Ma la Rai fa slittare la prima puntata di Ballarò per non oscurare Vespa, che per quella sera ha già preparato uno speciale di Porta a porta dedicato alla consegna delle prime case ai terremotati d'Abruzzo. 

La decisione è stata presa per «valorizzare un momento importante per il paese», spiega Antonio Marano, vicedirettore generale che si affretta ad assicurare: «Per Ballarò non c'è alcun problema, è solo uno spostamento che abbiamo ritenuto opportuno visto il tipo di evento e per non far sovrapporre due pòrogrammi di approfondimento».

Ma il conduttore di Ballarò non ci sta: «È un atto immotivato ai miei occhi, non riesco a comprenderne le ragioni. Avremmo potuto trattare gli stessi temi dello speciale di Raiuno, non vedo il motivo di sostituirci». «Abbiamo un inviato in Abruzzo da due settimane - spiega Floris -, e la cerimonia del 15 settembre era un avvenimento previsto da prima che presentassimo la trasmissione. Naturalmente poi avremmo parlato anche di altro, di attualità politica e di attualità economica. La prima puntata era stata inoltre presentata una settimana fa in una conferenza stampa tenuta alla presenza del capo ufficio stampa Rai». Per questo, conclude Floris, «sono dispiaciuto, certo, ed è dire poco. È come aver lavorato per mandare in stampa un giornale e vederne poi un altro in vendita nelle edicole. A tutti quelli che mi telefonano allarmati dico che mi auguro che sia solo un episodio sgradevole e grave, e che mi auguro che andremo in onda prima possibile dicendo tutto quello che abbiamo da dire».

E il Pd attacca: «La cancellazione voluta dalla direzione generale Rai della puntata di Ballarò è grave e inaccettabile». «La Rai blocca l'esordio stagionale di una trasmissione chiave nel palinsesto informativo per far spazio ad una trasmissione che si annuncia come celebrativa e 'spettacolare' tutta programmata a favore del premier», denuncia Vincenzo Vita, senatore del Pd e componente della commissione di Vigilanza sulla Rai. «Contro queste tentazioni di trasformare l'informazione e l'approfondimento in reality show - aggiunge - è ancora più importante partecipare in massa alla manifestazione di sabato 19 in favore della libertà e dell'autonomia dell'informazione promossa dalla Federazione della stampa e da tantissime associazioni».


venerdì, 11 settembre 2009

Sberlusconizziamoci!!!!


Benvenuti nella repubblica di Videocracy...

Un Film Documetario di Erik Gandini.
In una videocrazia la chiave del potere è l'immagine.
In Italia soltanto un uomo ha dominato le immagini per più di tre decenni. Prima magnate della TV, poi Presidente, Silvio Berlusconi ha creato un binomio perfetto caratterizzato da politica e intrattenimento televisivo, influenzando come nessun altro il contenuto della tv commerciale in Italia.
I suoi canali televisivi, noti per l'eccessiva esposizione di ragazze seminude, sono considerati da molti uno specchio dei suoi gusti e della sua personalità.


Razzismo o ringraziamento ai mafiosi?

La biblioteca di Ponteranica, nel bergamasco, era stata dedicata al giovane ucciso dalla Mafia
La Picerno (Pd): "Solo politica intrisa di ideologia, la Lega si assuma le proprie responsabilità"

"Via la targa per Peppino Impastato"
Decisione shock del sindaco leghista


BERGAMO - Il nuovo sindaco leghista di Ponteranica, in provincia di Bergamo, ha fatto rimuovere ieri la targa voluta un anno e mezzo fa dal suo precedessore di centrosinistra per dedicare la biblioteca civica a Peppino Impastato, giovane siciliano ucciso dalla mafia nel 1978.

"Meglio onorare personalità locali". Cristiano Aldegani, primo cittadino del paese lombardo, motiva l'iniziativa con il desiderio di onorare personalità locali, suscitando, però, la reazione degli esponenti locali del Pd e dell'associazione antimafia Libera. "Sono polemiche pretestuose - ribatte il sindaco - fatte da persone in malafede. C'è addirittura chi mi accusa di essere pro-mafia, è assurdo".

Le reazioni. Il Pd: "Sconcertante". La rimozione della targa è "sconcertante" commenta Pina Picierno, responsabile "Legalità" del Partito democratico. Secondo l'ex ministro-ombra, la Lega "fa politica con paraocchi ideologico". Una politica che, a suo parere, è "intrisa di ideologia e di interessi localistici, che dividono e indeboliscono il Paese. Negare la memoria di un giovane ucciso dalla mafia non trova giustificazioni. La Lega si assuma le proprie responsabilità e sia coerente".

L'Idv: "Un gesto incivile". Si associa alle proteste anche il capogruppo dell'Idv alla Camera Massimo Donadi: "Rimuovere la targa è un gesto incivile, uno schiaffo alla memoria di chi ha combattuto contro la mafia a costo della propria vita. Siamo indignati da una decisione che offende la coscienza collettiva di tutta l'Italia perché la lotta contro il crimine non è una questione territoriale".

La precisazione del sindaco. Il sindaco, di contro, precisa che l'iniziativa della Giunta "non ha alcuna motivazione diversa" da quella di valorizzare personalità locali, come il sacerdote Giancarlo Baggi, al quale sarà presto ridedicata la biblioteca. A fine giugno, dieci giorni dopo le elezioni, c'era stato anche un incontro, che lo stesso Aldegani definisce "cordialissimo", con i rappresentanti locali di Libera. In quell'occasione si era parlato di un'eventuale manifestazione "riparatoria" dedicata ad Impastato. Tuttavia, oggi il sindaco fa un passo indietro spiegando che prima di riproporre l'idea della manifestazione dovrà sentire "la volontà della Giunta e della maggioranza".

giovedì, 10 settembre 2009

"Il presidente indisposto"

Boh, che strano. Se uno va a guardare i giornali in archivio, scopre che il 17 dicembre scorso il premier non è uscito da Palazzo Grazioli, per via di uno strappo alla schiena procuratosi durante la ginnastica mattutina.

Oh, niente, poveraccio, tutto il giorno chiuso a Palazzo Grazioli, non è potuto nemmeno andare al Quirinale per lo scambio di auguri natalizi con Napolitano.

Poi però se uno legge il Corriere di stamattina scopre che il 17 dicembre scorso a Palazzo Grazioli lui non è uscito, ma in compenso è entrato Gianpaolo Tarantini, in una macchina con i finestrini oscurati, e sul sedile posteriore c’erano tre signorine, tra cui questa graziosa brasiliana, che poi è rimasta a intrattenersi con il premier.

 

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ecco il comunicato con cui Palazzo Chigi spiegava l’assenza del premier agli appuntamenti ufficiali del 17 dicembre

 


postato da: hearthred alle ore 14:06 | link | commenti (2)
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Chiesa di "sinistra"... Alleluja!!!

LETTERA DI RIPUDIO da Don Paolo Farinella a Silvio Berlusconi.

Sig. Presidente «pro tempore» del Consiglio dei Ministri
Silvio Berlusconi,
Palazzo Chigi
00100 Roma

Lettera di ripudio

Il mio nome è Paolo Farinella, prete della Chiesa cattolica residente nella diocesi di Genova. Come cittadino della Repubblica Italiana, riconosco la legittimità formale del suo governo, pur pensando che lei abbia manipolato l’adesione della maggioranza dei pensionati e delle casalinghe che si formano un’idea di voto solo attraverso le tv, di cui lei ha fatto un uso spregiudicato e illegittimo. Lei in Italia possiede tre tv e comanda quelle pubbliche nelle quali ha piazzato uomini della sua azienda o a lei devoti e proni. Nel mese di agosto 2009 ha inaugurato una nuova tv africana, Nessma, a cui ha fatto pubblicità sfruttando illecitamente la sua posizione di presidente del consiglio e dove ha detto il contrario di quello che opera in politica e con le leggi varate dal suo governo in materi di immigrazione. Se lei è pronto a smentire, come è suo solito, ecco, si guardi il seguente filmato e giudichi da lei perché potrebbe trattarsi di Veronica Lario travestita da lei:

< http://www.youtube.com/watch?v=Se3yqycsMyg&feature=video_response >.

Faccia vedere il video ai suoi amici leghisti e nel frattempo ascolti cosa dice il sindaco di Treviso, lo sceriffo Giancarlo Gentilini del partito di Bossi, ad un raduno del suo partito xenofobo dove ha esposto «Il vangelo secondo Gentilini» con chiarezza diabolica: «Voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari … Voglio la rivoluzione contro i bambini degli immigrati … Ho distrutto due campi di nomadi e ne vado orgoglioso. Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono le moschee: i musulmani se vogliono pregare devono andare nel deserto, ecc. ecc. Questo è il Vangelo secondo Giancarlo Gentilini (sindaco di Treviso): “Tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri, ma non avanzerà niente”». Questo il link con la sua voce in diretta; si prepari ad ascoltare il demonio in persona:

< http://www.youtube.com/watch?v=_WCZNQJkV3E&feature=related >.

Legittimità elettorale e dignità etica

Riconoscere la legittimità del suo governo, con riserva etico-giuridica, non significa riconoscere anche la sua legittimità morale a governare il Paese perché lei non ha alcuna cultura dello Stato e delle sue Istituzioni, ma solo quella di difendere se stesso dalla Giustizia e i suoi interessi patrimoniali che sotto i suoi governi prosperano alacremente. Il conflitto di interessi pesa come un macigno sulla Nazione e la sua economia, ma lei è bravo ad imbrogliare le carte, facendolo derubricare nella coscienza della maggioranza che ne paga le conseguenze economiche e democratiche. Cornuti e mazziati dicono a Napoli.

Quando la sua maggioranza si sveglierà dall’oppio che lei ha diffuso a piene mani sarà troppo tardi e intanto il Paese paga il conto dei suoi avvocati, nominati da lei senatori, cioè stipendiati con soldi pubblici. Allo stesso modo stiamo pagando i condoni fiscali che lei si è fatto su misura sua e della sua azienda, sottraendo denaro al popolo italiano. In morale questo viene definito come doppio furto.

Da quando lei «è sceso in campo», l’Italia ha iniziato un degrado inesorabile e costante che perdura ancora oggi, codificato nel termine «berlusconismo» che è la sintesi delle maledizioni che hanno colpito l’Italia sia sul piano economico (mai l’economia è stata così disastrata come sotto i suoi governi), su quello sociale (mai si sono avuti tanti poveri, disoccupati e precari come sotto i suoi governi), e su quello civile (mai come sotto i suoi governi è sorta la categoria del «nemico» da odiare e da abbattere). Lei, infatti, usa la menzogna come verità e la calunnia come metodo, presentandosi come modello di furbizia e di utilizzatore finale di leggi immorali e antidemocratiche come tutte quelle «ad personam».

Nei confronti dell’ultima illegalità, che grida giustizia al cospetto di Dio, il decreto 733-B/2009, che segna una pietra miliare nel cammino di inciviltà e di negazione di quelle radici cristiane di cui la sua maggioranza ama fare i gargarismi, sappia che siamo cento, mille, diecimila, milioni che faremo obiezione di coscienza all’ignobile e illegale decreto, pomposamente detto «decreto sicurezza»: diventeremo tutti clandestini e sostenitori dei cittadini di altri Paesi, specialmente africani, in quanto «persone», anche se clandestini, a costo della nostra vita. Dobbiamo ubbidire alla nostra coscienza piuttosto che alle sue leggi razziali e disumane. La legge che definisce l’immigrazione come illegalità è un insulto a tutte le Carte internazioni e nazionali sui «diritti», un vulnus alla dottrina sociale della Chiesa e colloca l’Italia tra le nazioni responsabili delle stragi degli innocenti, perseguitati e titolari del diritto di asilo.


Essere «alto» ed essere »grande»

Lei non è e non sarà mai uno «statista» se sente il bisogno di fare vedere alle sue donnine i filmati che lo ritraggono tra i «grandi». Per essere «grande», non basta rialzare le suole delle scarpe, ma occorre avere una visione oltre se stesso, una visione «politica» che a lei è estranea del tutto, incapace come è di vedere oltre i suoi interessi. Per potere emergere dallo squallore in cui lei è maestro, ha profuso a piene mani il virus dell’antipolitica, il qualunquismo populista, trasformando la «polis» da luogo di convergenza di ideali e di interessi a mercato di convenienza e di sopraffazione. Lei, da esperto di vecchio pelo, ha indotto i cittadini ad evadere il fisco che in uno Stato democratico è prevalentemente un dovere civile di solidarietà e per un cristiano un obbligo di coscienza perché strumento di condivisione per servizi essenziali alla corretta e ordinata convivenza civile e sociale. Durante il suo governo le tasse sono aumentate perché incapace di porre un freno alla spesa pubblica che anzi galoppa come non si è mai visto. Non faccia confusione tra «essere alto» e «essere grande», come insegna Napoleone che lei ben volentieri scimmiotta, senza riuscire ad eguagliare l’ombra del dittatore.

Lei non può negare di essere stato piduista (tessera n. 1816) e forse di esserlo ancora, se come sembra, con il suo governo cerca di realizzare la strategia descritta nei documenti sequestrati al gran maestro Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Comunicato Ansa del 17 marzo 1981 ore 12:18, da cui emerge il suo numero di tesserato; cf intervista di Licio Gelli su Repubblica.it del 28-09-2003).


La maledizione italiana

A lei nulla importa dei valori religiosi, etici e sociali, che usa come stracci a suo comodo esclusivo, senza esimere di vantarsi di essere ossequioso degli insegnamenti etici e sociali della Chiesa cattolica, di cui si è sempre servito per averne l’appoggio e il sostegno. Partecipa convinto al «Family-Day» in difesa della famiglia tradizionale, monogamica formata da maschio e femmina e poi ce lo ritroviamo con prostitute a pagamento che registrano la sua voce nel letto di Putin; oppure spogliarelliste che lei ha nominato ministre: è lecito chiedersi, in cambio di cosa? Come concilia questo suo comportamento con le sue dichiarazioni di adesione agli insegnamenti della Chiesa cattolica? La «corrispondenza d’amorosi sensi» tra lei, il Vaticano e la gerarchia cattolica è la maledizione piombata sull’Italia ed una delle cause del progressivo e costante allontanamento dalla Chiesa delle persone migliori. I prelati, come sempre nella storia, fanno gli affari loro e lei che di affari se ne intende si è lasciato usare ed ha usato senza scrupoli offrendo la sua collaborazione e cercando quella della cosiddetta «finanza cattolica» legata a doppia mandata con il Vaticano. Se volesse avere la documentazione di legga il molto istruttivo saggio di Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel, «L’unto del Signore», BUR, Rizzoli, Milano 2009.

Gli ecclesiastici, da perfetti «uomini di mondo, hanno capito che con lei al governo potevano imporre al parlamento leggi e decreti di loro interesse, utilizzandolo quindi come braccio secolare. Per questo obiettivo, devono però rinunciare alla loro religiosità e adeguarsi alla paganità del potere che esige la contropartita. Lei, infatti, è sostenuto dall’Opus Dei, da Comunione e Liberazione e da tutte le organizzazioni e sètte cattoliche che si lasciano manovrare a piacimento con lo spauracchio dei «comunisti» e con l’odore satanico dei soldi.

Il Vaticano e i vescovi, non essendo profeti, ma esercenti gestori di una ditta pagana, non hanno saputo o voluto cogliere le conseguenze nefaste che sarebbero derivate al Paese da questo connubio incestuoso; di fatto sono caduti nella trappola che essi stessi e lei avevate preparato. L’incidente di Vittorio Feltri, da lei, tramite la famiglia, nominato direttore del suo «Il Giornale» con cui uccide sulla pubblica piazza Dino Boffo, direttore di «Avvenire» portavoce della Cei, va oltre le vostre intenzioni e come un granellino si sabbia inceppa il motore. Oppure, secondo l’altra vulgata, tutto sarebbe stato progettato da lei e Bertone per permettere a questi di mettere le mani sulla Cei e a lei di fare tacere un sussurro appena modulato di critica sui suoi comportamenti disgustosi. Senza volersi arrampicare sugli specchi forse si è verificato un combinato disposto, non nei tempi e nelle forme da voi progettato.

Il giorno 7 agosto 2009, in un colloquio riservato con il cardinale Angelo Bagnasco, lo misi in guardia: «Stia attento – gli dissi – e si prepari alla guerra d’autunno perché con la nomina di Feltri al Giornale di Berlusconi (20-07-2009), la guerra sarà totale e senza esclusione di colpi. Berlusconi non può rispondere alle domande di la Repubblica e non può andare in tv a dare spiegazioni. Può continuare a negare sulle piazze per gli allocchi, ma nemmeno lui, menzognero di professione potrebbe negare davanti a domande precise e contestazioni puntuali. Per questo non lo farà mai, tanto meno in Parlamento. Non ha che un mezzo: sguazzare nel fango facendolo schizzare su tutti e su tutto, in base al principio che se tutto è infangato, nessuno è infangato». Il cardinale mi guardò come stupito e incredulo, reputando impossibile la mia previsione. Credo che ora si morda le labbra.

Eppure credo anche che lei sia finito: per la finanza internazionale e per gli interessi di coloro che lo hanno sostenuto, Vaticano compreso, lei ora è ingombrante e impresentabile e deve essere sostituito, ma lei non cadrà indenne, farà più danni che potrà, un nuovo Sansone in miniatura. Lei sa che deve andarsene, ma sa anche che passerà alla storia non come quel «grande, immenso» presidente che è stato lei, ma come «l’utilizzatore finale di prostitute che altri pagavano per conto suo». Non c’è che dire: lei è un grande in bassezza e amoralità.


Spergiuro

Nella trappola non è caduto il popolo di Dio, formato da «cristiani adulti» che tanto dispiacciano al papa «pro tempore» Benedetto XVI: lei non potrà mai manipolarli come non potrà mai possedere le coscienze dei non credenti austeri, cultori della laicità dello Stato che lei vilipende e svende, sempre e comunque, per suo inverecondo interesse. Lei ha la presunzione ossessiva di definirsi liberale, ma non sa cosa sia il liberismo, mentre è l’ultima caricatura di promettente e decadente comunista sovietico di stampo breshnieviano, capace di usare il popolo per affermare la propria ingordigia patologica di potere. D’altronde il suo amico per la pelle non è l’ex «kgb» Vladimir Vladimirovic Putin, nella cui dacia è ospitato secondo la migliore tradizione comunista italiana?

Dal punto di vista della morale cattolica, lei è uno spergiuro perché ha giurato sulla testa dei suoi figli, senza pudore e alcuni giorni dopo il «ratto di Noemi», ha dato dello stesso fatto diverse versioni differenti, condannando se stesso e la testa dei suoi figli alla pena dello spergiuro che già Cicerone condannava con la «rovina» e l’esposizione all’umana infamia: «Periurii poena divina exitium, humana dedecus – La pena divina dello spergiuro è la rovina e l’infamia/il disprezzo degli uomini» (De legibus, II, 10, 23; cf anche De officis, III, 29, 104;in Cicerone, Opere politiche e filosofiche, a c. di Leonardo Ferrero e Nevio Zorzetti, vol. I, UTET, Torino, 1974, risp. p. 489 e p. 823). Anche il Diritto Canonico, per sua informazione, riserva allo spergiuro «una giusta pena» (CJC, can. 1368), demandata all’Autorità, in questo caso il papa, che avrebbe dovuto comminarle la pena canonica, invece di indirizzarle una lettera diplomatica per il g8 e i suoi «deferenti saluti». Non ci può essere deferenza, tanto meno papale, per un uomo che ha toccato il fondo della dignità politica e morale.

Gli ultimi fatti di Villa Certosa e Palazzo Grazioli hanno sprofondato lei (non era difficile), ma anche l’Istituto Presidenza del Consiglio in un letamaio senza precedenti. Mai l’Italia è stata derisa nel mondo intero (ormai da quattro mesi continui) a causa di un suo presidente del consiglio che, su denuncia della moglie, frequenta le minorenni e sempre per ammissione della moglie che lo frequenta da oltre trent’anni, per cui si presume lo conosca bene, è malato e come un dio d’altri tempi esige per la sua perversione, sacrifici di giovani vergini per nascondere a se stesso i problemi del tempo che inesorabilmente passa, nonostante il trucco abbondante.


Affari privati o deriva di Stato?

Lei dice di volere difendere la sua privacy, ma non c’è privacy per uno che ha portato i suoi fatti «privati» in tv attaccando indecorosamente la sua stessa moglie che ha intrapreso la strada del divorzio. Forse lei ha dimenticato che sull’immagine della sua «felice famiglia italiana» lei ha costruito se stesso e la sua fortuna politica ed economica. Lei si comporta per quello che è: uno spaccone che in piazza si vanta di tutto ciò che non ha mai fatto e poi pretende che nessuno ne parli. Se lei mette il segreto di Stato sulle sue ville, queste diventano ipso facto «affare politico» perché lei le usa anche per incontri istituzionali e quindi fanno parte dell’Istituzione della presidenza del consiglio. Lei non ha diritto alla vita privata, quando si comporta da uomo pubblico e promette carriere tv o posti in parlamento a donnine compiacenti che la sollazzano nel suo «privato». Non è lei che ha detto in una intercettazione, parlando con Saccà che «le donne più son cattoliche più son troie»? Può spiegare, di grazia, il significato di queste parole altamente religiose e rispettose delle donne e indicarci a chi si riferiva? C’entrano le due donne che siedono nel suo governo e che si vantano di essere cattoliche: la Carfagna e la Gelmini?

Lei e suoi paraninfi continuate a dire che si tratta di questioni private senza rilevanza pubblica, sapendo di mentire ancora e senza pudore. Sarebbero affari privati se Silvio Berlusconi non fosse presidente del consiglio che alle donnine che gli accompagnano anche a pagamento, non promettesse incarichi in aziende pubbliche (tv) o posti in parlamento se non addirittura al governo. Vorrei chiederle per curiosità: quali sono i meriti e le benemerenze delle ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini per essere assurte, non ancora quarantenni, a posti di rilievo nel suo governo? Perché Mara Carfagna posava nuda o la Gelmini prendeva l’abilitazione in Calabria?

Le sue ville sono ancora sotto la tutela del segreto di Stato e quindi guardate a vista da polizia, carabinieri, esercito? A spese di chi? Può ancora dire che sono residenze private? Fu lei in persona ad andare dal suo devoto suddito Bruno Vespa a rispondere pubblicamente a suo moglie, Veroni Lario, rendendo pubblici i fatti che la riguardavano e attaccando sua moglie senza alcuna pietà, facendo pubblicare dal suo «killer mediatico» le foto di sua moglie a seno nudo di quando faceva l’attrice. Non credo che lei possa dire che le sue vicende sono private perché ci riguardano tutti, come cittadini e come suoi «sovrani» costituzionali perché una cosa è certa: noi non abdicheremo mai alla nostra dignità di cittadini sovrani figli orgogliosi della nostra insuperabile Costituzione. Noi non permetteremo mai che lei diventi il «padrone» della nostra dignità.

Per lei è cominciato l’inizio della fine perché il suo declino è iniziato nel momento stesso in cui è andato nella tv di Stato compiacente e, senza contraddittorio, alla presenza del solo cerimoniere e maggiordomo fidato, ha cominciato a farfugliare bugie, contraddizioni, falsità che non hanno retto l’urto dei fatti crudi. Se lei fosse onesto, anche solo per una parte infinitesimale, dovrebbe rassegnare le dimissioni, come aveva promesso nel suddetto, compiacente recital.



Strategie convergenti

Lei può fare affari col Vaticano e chiudere nel cassetto morale e dignità, ma sappia che il Vaticano non è la Chiesa, per nostra fortuna e per sua e vostra disgrazia. Noi, uomini e donne semplici, vogliamo onorare e difendere la nostra dignità e la nostra fede, contro ogni tentativo di manipolazione e di incesto tra altare e politica. Purtroppo lei, supportato da parte della gerarchia, ha fatto scadere la «politica» da arte a servizio del bene comune a mercimonio di malaffare e a sentina maleodorante. Le istituzioni cattoliche che lo hanno appoggiato ne portano, con lei, la responsabilità morale, in base al principio giuridico della complicità.

Strana accoppiata: i difensori della moralità ufficiale, costretti a tacere per mesi di fronte a comportamenti indegni e a leggi inique, perché lautamente ricompensati o in vista della mancia promessa. Trattasi solo di un baratto di cui i responsabili dovranno rendere conto. I vescovi hanno ritrovato la parola quando si sono visti attaccare, inaspettatamente, da lei con avvertimenti di stampo mafioso (per interposta persona). La gerarchia, in genere felpata e compassata, in questo frangette è risorta come un sol uomo, arruolando anche il papa alla bisogna, ma cogliendo anche l’occasione per dare corpo alle vendette interne e regolare i conti tra ruiniani e bertoniani. Come insegna l’amabile Andreotti «la vendetta è un piatto che si gusta freddo». Strategie convergenti che hanno sprigionato il disgusto del popolo cattolico e dei cittadini che ancora pensano con la propria testa.


Ripudio

Io, Paolo Farinella, prete mi vergogno della sua presidenza, per me e la mia Nazione e, mi creda, in Italia siamo la maggioranza che non è quella elettorale, ottenuta da una «legge porcata» che ben esprime l’identità della sua maggioranza e del governo e di lei che lo presiede (o lo possiede?). Lei potrà avere il sostegno del Vaticano (uno Stato estero) e della Cei che con il loro silenzio e le loro arti diplomatiche condannano se stessi come complici di ingiustizia e di immoralità.

Per questi motivi, per quanto mi concerne in forza del mio diritto di cittadino sovrano, non voglio più essere rappresentato da lei in Italia e all’Estero, io la ripudio come politico e come presidente del consiglio: lei non può rappresentarmi né in Italia e tanto meno all’estero perché lei è la negazione evidente di tutto quello in cui credo e spero di vedere realizzato per il mio Paese. sia perché non mi rappresenta sia perché è indegno di rappresentare il buon nome dell’Italia seria, laboriosa e civile e legale che amo e per la quale lotto e impegno la mia vita. Non importa che lei abbia la maggioranza parlamentare, a me interessa molto di più che non abbia la mia coscienza

Io, Paolo Farinella, prete ripudio lei, Silvio Berlusconi, presidente pro tempore del consiglio dei ministri e tutto quello che rappresenta insieme a coloro che l’adulano, lo ingannano, lo manipolano e lo sorreggono: li/vi ripudio dal profondo del cuore. in nome della politica, dell’etica e della fede cattolica. La ripudio e prego Dio che liberi l’Italia dal flagello nefasto della sua presenza.

Genova 09 settembre 2009

Paolo Farinella, prete


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